Il caso: la fuga dal Congo e l'arresto a Bologna
La vicenda che ha portato alla storica sentenza è iniziata nel 2019, quando una donna congolese è arrivata all'aeroporto di Bologna con due bambine piccole: la figlia e la nipote, rimaste orfane in seguito alla morte della madre. Tutte e tre erano fuggite dal Congo, dove la donna aveva subito gravi minacce e violenze da parte dell'ex compagno. Il loro ingresso in Italia è stato effettuato con documenti falsi, comportando l'arresto immediato della donna. È stata poi accusata anche di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, reato previsto dalla legge italiana e dalla direttiva europea 2002/90/CE. Nel corso del processo, tuttavia, è emerso un elemento cruciale: la donna era in realtà la tutrice legale della nipote e stava anche facendo da madre alla figlia, chiedendo rifugio e protezione per entrambe.
I dubbi della corte italiana e la sentenza della Corte di Giustizia
Di fronte a una situazione umanamente ed eticamente complessa, il Tribunale di Bologna ha quindi scelto di sospendere il procedimento e di sollevare un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea. La questione è infatti molto chiara: una madre o un tutore che tenta di salvare minori attraverso l'ingresso irregolare può essere equiparato a un trafficante di esseri umani? Nel luglio 2023, il procedimento penale a carico della donna è stato archiviato. Ma la risposta giuridica definitiva è arrivata solo ora, con la sentenza nella causa C-460/23 – Kinsa, in cui i giudici europei hanno definitivamente chiarito la corretta interpretazione della Direttiva sul favoreggiamento dell'ingresso irregolare.
La sentenza: la legge non può punire la responsabilità familiare
Secondo la sentenza della Corte, il comportamento della donna non può essere considerato penalmente rilevante. Lo ha spiegato chiaramente il Presidente Koen Lenaerts, sottolineando che la condotta della donna era "l'espressione di un obbligo morale e familiare" e non aveva alcun intento lucrativo o illecito. Accompagnare minori in un luogo sicuro, ha ribadito la Corte, non può essere equiparato al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Al contrario, si tratta di un atto che rientra pienamente nel quadro dei diritti fondamentali riconosciuti dall'Unione Europea, in particolare il diritto all'unità familiare, alla protezione dei minori e alla protezione umanitaria.