Articolo di Francesca Moriero – Giornalista, Fanpage.it

Martedì 3 giugno 2025, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha emesso una sentenza che segnerà una tappa fondamentale nell'evoluzione del diritto europeo in materia di immigrazione . I giudici lussemburghesi hanno stabilito che un cittadino di un Paese terzo entrato illegalmente nell'Unione accompagnando minori di cui è effettivamente responsabile e accudito non può essere perseguito per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Questa decisione riafferma con forza la centralità della tutela dei minori, della salvaguardia dei legami familiari e del riconoscimento di una responsabilità personale e morale non criminalizzabile. Si tratta di una svolta che segna il limite oltre il quale il diritto non può più essere interpretato in modo esclusivamente repressivo, ma deve piegarsi alle esigenze dell'umanità e della giustizia sostanziale.

La sentenza trae origine da un procedimento avviato in Italia, ma assume ora una portata molto più ampia: diventa vincolante per tutti gli Stati membri dell'UE, stabilendo un nuovo standard interpretativo per i giudici nazionali ogniqualvolta siano chiamati a valutare casi simili.

Il caso: la fuga dal Congo e l'arresto a Bologna

La vicenda che ha portato alla storica sentenza è iniziata nel 2019, quando una donna congolese è arrivata all'aeroporto di Bologna con due bambine piccole: la figlia e la nipote, rimaste orfane in seguito alla morte della madre. Tutte e tre erano fuggite dal Congo, dove la donna aveva subito gravi minacce e violenze da parte dell'ex compagno. Il loro ingresso in Italia è stato effettuato con documenti falsi, comportando l'arresto immediato della donna. È stata poi accusata anche di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, reato previsto dalla legge italiana e dalla direttiva europea 2002/90/CE. Nel corso del processo, tuttavia, è emerso un elemento cruciale: la donna era in realtà la tutrice legale della nipote e stava anche facendo da madre alla figlia, chiedendo rifugio e protezione per entrambe.

I dubbi della corte italiana e la sentenza della Corte di Giustizia

Di fronte a una situazione umanamente ed eticamente complessa, il Tribunale di Bologna ha quindi scelto di sospendere il procedimento e di sollevare un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea. La questione è infatti molto chiara: una madre o un tutore che tenta di salvare minori attraverso l'ingresso irregolare può essere equiparato a un trafficante di esseri umani? Nel luglio 2023, il procedimento penale a carico della donna è stato archiviato. Ma la risposta giuridica definitiva è arrivata solo ora, con la sentenza nella causa C-460/23 – Kinsa, in cui i giudici europei hanno definitivamente chiarito la corretta interpretazione della Direttiva sul favoreggiamento dell'ingresso irregolare.

La sentenza: la legge non può punire la responsabilità familiare

Secondo la sentenza della Corte, il comportamento della donna non può essere considerato penalmente rilevante. Lo ha spiegato chiaramente il Presidente Koen Lenaerts, sottolineando che la condotta della donna era "l'espressione di un obbligo morale e familiare" e non aveva alcun intento lucrativo o illecito. Accompagnare minori in un luogo sicuro, ha ribadito la Corte, non può essere equiparato al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Al contrario, si tratta di un atto che rientra pienamente nel quadro dei diritti fondamentali riconosciuti dall'Unione Europea, in particolare il diritto all'unità familiare, alla protezione dei minori e alla protezione umanitaria.

La portata giuridica della decisione: un obbligo vincolante per tutti gli Stati membri

Questa sentenza, oltre a risolvere il caso specifico, assume una valenza normativa più ampia: l'interpretazione fornita dalla Corte di Giustizia è vincolante per tutti i tribunali degli Stati membri dell'UE. Cosa significa questo? Significa che d'ora in poi, in tutti i Paesi dell'UE, comportamenti simili non potranno più essere criminalizzati. I giudici nazionali dovranno automaticamente tenerne conto ogniqualvolta si trovino di fronte a situazioni analoghe. Questa sentenza segna quindi una vera e propria evoluzione nella giurisprudenza europea, restituendo al diritto la sua dimensione umana e solidale .

Il confine tra diritto e solidarietà: una linea in evoluzione

Forse l'aspetto più significativo di questa sentenza è la riaffermazione di un principio tanto semplice quanto rivoluzionario nel contesto delle attuali politiche migratorie: la solidarietà non è un reato. Quando una persona agisce per proteggere i minori affidati alle sue cure, anche un ingresso irregolare può essere compreso e accettato dalla legge: "La responsabilità genitoriale è un dovere, non un reato", ha sottolineato Lenaerts, spiegando come questa sentenza contribuisca a ridefinire l'equilibrio tra esigenze di sicurezza e rispetto dei diritti fondamentali. Si tratta di un messaggio potente anche per le istituzioni politiche, spesso inclini a vedere ogni irregolarità come una minaccia .

Asilo e umanità: verso una nuova interpretazione dell'accoglienza

La Corte ha poi ricordato un altro principio essenziale: un richiedente asilo non è mai illegalmente presente finché non sia stata emessa una decisione sulla sua domanda. Questo passaggio chiarisce ulteriormente i limiti entro i quali gli Stati membri possono intraprendere azioni penali, rafforzando la tutela di coloro che chiedono assistenza in buona fede. La sentenza ribadisce quindi che l'Unione europea è e deve essere anche una comunità di diritto che protegge i più vulnerabili, in particolare i minori. In un momento in cui la pressione politica spinge sempre più verso la criminalizzazione della migrazione, questa decisione rappresenta un baluardo giuridico e morale a difesa dell'umanità.

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